3 ottobre 2011

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3 ottobre 2011


Lunedì. Vado a prendere il treno, per Milano.

 

Ho tutto per il viaggio, iPod, libro e bottiglietta d’acqua minerale.

Entro in stazione e trovo una lunga coda alla biglietteria, cosa che non mi sarei aspettata. Principalmente studenti e un po’ di gente multirazziale. Ma non faccio molto caso alle persone, sono concentrata su orari, tempistiche e pensieri per quello che devo fare. Sto andando ad allestire la mia mostra che inaugurerò mercoledì. RD, la mia critica è già a Milano, ci si trova direttamente sul posto.

Una volta in possesso del biglietto mi giro per andare verso i binari e, ripercorrendo al contrario la coda ormai lunga alle mie spalle, vedo una persona che conosco. Ci salutiamo. Facciamo il viaggio insieme, parlando di argomenti vari che spaziano dal sociale allo pseudo politico, nulla di personale, insomma. La conversazione accorcia comunque il tempo del viaggio e rende inutile il mio kit da treno, fatto di musica e parole scritte. Unica eccezione, ora più necessaria che mai, la piccola bottiglia di acqua naturale.

Il treno arriva in stazione. Porta Garibaldi.

Un saluto veloce e ognuno per la sua strada.

Mi fermo un poco sul marciapiede all’uscita dell’edificio, ristrutturato qualche anno fa e molto diverso da quello vecchio impresso nella mia mente, per fare una telefonata.

Poi anche io mi infilo nella terra, come la gran parte delle altre persone che escono dalla stazione, per andare a prendere il metrò.

Fermata Sant’Agostino, manca solo un piccolo pezzo di strada a piedi.

A Milano il verde trova spazio come può. A volte qualche abitante gli dà una mano. Come su questo piccolo terrazzo.

 

Eccomi. Zona Tortona. Ci abita una mia amica. Non molto distante dal luogo della mostra, in realtà.

Sono le tre di pomeriggio, qualche locale è già aperto, ma c’è una sensazione come di attesa del fermento serale. Per ora vigono preparativi. E consegne. Un furgone di beveraggi vari occupa colorato l’incrocio.

 

Mi è sempre piaciuto in particolare un aspetto di Milano, i continui stimoli visivi, le situazioni, le cose bizzarre che colpiscono i miei occhi e la mia fantasia. Anche quando possono sembrare così banalmente quotidiane, come queste due biciclette, a loro modo poetiche nella tenera differenza di dimensione.

 

Arrivo da Castelli, RD e i suoi riccioli biondi sono già dentro che mi aspettano sorridenti.

 

Ci mettiamo subito al lavoro.

Prima cosa, andare a recuperare i quadri portati a Milano la sera prima ed ora tenuti in ostaggio in un ufficio del proprietario del locale.

Il marciapiede del percorso che porta a quella sede è lastricato di strane sagome di forchettine bianche.

 

Cominciamo ad aprire gli imballaggi e a sistemare le tele sui tavoli, a quest’ora vuoti. Insieme si decide dove e come collocarle. La scelta non è mai semplice. I quadri, come le persone una volta venute al mondo, hanno una loro personalità che non dipende più da chi li ha fatti. Raccontano cose segrete che appartengono soltanto a loro e a chi li guarda. E che a volte cambiano nel tempo.

C’è un ragazzo paziente e disponibile che ci aiuta nelle operazioni pratiche; per fortuna il sistema di cui sono dotate le pareti è facile da usare e permette di non perdere troppo tempo per l’allestimento.

Qualche ritocco, piccoli pesi da sistemare qua e là dietro i telai per bilanciare le tele che spesso pendono da un lato; facciamo fare al ragazzo qualche modifica alla posizione dei fari in modo che tutto sia illuminato al meglio; sistemiamo inviti e biglietti da visita sul bancone.

Ora. Possiamo fermarci ad osservare il nostro lavoro.

 

Il quadro immagine dell’invito ha una parete tutta per sé. E’ il mio primo lavoro su tela nuda e l’ultimo in ordine di tempo. Così, come col cucciolo ultimo arrivato, si sente un’apprensione maggiore. Perché ancora ci appartiene, un po’ di più degli altri.

 

Un altro quadro ha un posto – e un faretto – tutto suo. Quello dietro al bancone, dove mi racconta RD esserci stato, fino a poco prima, un grande orologio.

 

Nel frattempo è arrivato il proprietario. Parliamo un po’ con lui, gli faccio vedere le mie opere e gli spiego alcune cose sulla mia tecnica. Sapute le quali mi consiglia – vivamente – di preparare qualcosa che spieghi alle persone che entreranno a guardare il fatto che le figure sono disegnate a mano soltanto coi carboncini. Penso che preparerò un poster con foto di fasi della lavorazione di uno dei disegni.

Concordate le ultime cose per la sera dell’inaugurazione, RD ed io ci congediamo dal proprietario e dai ragazzi del locale e ci incamminiamo verso la stazione di metrò di Porta Genova.

Un ultimo sguardo ai miei lavori da fuori, attraverso la vetrina del locale, come per un silenzioso e tranquillizzante arrivederci.

 

Lungo la scala del ponte di metallo che passa sopra i binari mi giro a guardare un pezzetto di città dall’alto.

La luce già più scura del sole fa oramai pensare al tramonto.

 

Il ponte di metallo verde è calpestato da masse di persone che rientrano dal lavoro, come piccoli soldati che marciano verso una serata a loro disposizione. Quasi si sentono i pensieri più dei passi e delle voci stesse.

 

Ma io giro la testa verso l’esterno.

Fitti cespugli di prato si sono impossessati dei lunghi binari metallici e delle traversine.

Cosa curiosa che questi spazi, accessibili quasi solo ai treni, siano tra i rari luoghi “verdi” di Milano.