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21 settembre 2011


Ci sono giornate in cui l’azzurro del cielo sembra penetrarti per osmosi la pelle. I pensieri diventano colorati e frizzanti, tutto sembra luminoso.

Poi ci sono giorni in cui lo stesso azzurro è solo un colore. Che quasi infastidisce il tuo senso di scuro, con la sua luce ossessiva. Nulla è. Come invece il cielo, ad un primo sguardo, potrebbe far pensare.

Però ci provi, vai in centro, ti fai una passeggiata.

Così è.

Arrivo nella piazza. Non ho voglia della gente. Ancora meno dei rumori della strada. Mi incammino verso la parte meno frequentata della città, quella un poco misteriosa e sempre inspiegabilmente vuota, seppure la più bella.

In questo primo pezzo, che ancora non si estranea completamente dal vivo della piazza principale, domina il campanile. Sembra così imponente. E solo. Staccato dal resto degli edifici, isolato.

 

E pure “copiato”, probabilmente già da anni, da un altro strano campanile che svetta nella piazzetta, il massiccio ripetitore che sovrasta in modo discutibile un lato della stessa piazza.

 

Mentre mi perdo per un attimo ad immaginare quale bizzarro dialogo si possa instaurare tra la voce bronzea del campanile e quella silenziosamente zeppa di parole di un ripetitore, i miei passi entrano nei vicoli. E nell’ombra. Dove l’azzurro resta solo un coperchio che chiude al di sopra della testa i miei pensieri.

Mi giro. Riguardo il campanile, da dietro.

 

La parte posteriore del duomo mi sorprende con una piccola porzione di edificio che sembra una faccetta. Gli occhi sono aperti, lo sguardo un po’ malinconico. Dietro una benda grigia e ruvida c’è sicuramente una boccuccia, un poco triste.

 

Esattamente sul retro dell’edificio, una porta è aperta. Irresistibile spiare l’interno. Come un’intimità svelata, un poco oltraggiata dall’apertura prolungata della porticina, l’interiorità della chiesa si svela in un sospiro che sa di vecchio incenso. La luce che giunge da una delle porte anteriori sul lato opposto, filtra da vetrate colorate e si riflette sul lucido delle panche di legno. Bagliori nel buio dell’interno, come piccoli suoni uditi dai miei occhi, che cercano tregua dall’azzurro insistente del cielo.

 

Riprendo a camminare, lontana dalla gente, dalle voci del pomeriggio. E forse ormai anche dai miei pensieri. In questi vicoli ci sono piccoli resti di uno scarno passato medioevale, di mattoni che ornano spazi minimi. E preziosi.

 

Come preziosi sono alcuni negozietti. Quasi nascosti. E per questo ancora più belli.

 

Ma oggi neppure gemme, pietre dure e colori bastano. Sotto ai miei piedi urla un tombino posizionato male. Non so bene perché, ma è una cosa sciocca che mi crea una sorta di fastidio. Come se qualcuno avesse lasciato in un puzzle finito e perfetto un pezzo storto, odiosamente sghembo. Forse,purtroppo, è solo nevrosi. Visiva.

 

Proseguo. E arrivo in un’altra piccola piazza, ancora più celata. E capisco.

I desideri non si realizzano. Perché qualcuno ha chiuso il pozzo.

 

Sul coperchio, un sacco di scritte. Che non leggo. Sono. Soltanto lettere. Ferme sulla pietra e sul metallo. I pensieri, i desideri, oggi, non posso andare. Oltre.