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24 settembre 2011


Disallestire una mostra, pur piccola che sia, lascia sempre tra le labbra come un gusto scuro. Un velo di tristezza permea gli involucri per imballare, lo scotch e le coperte caricati in macchina per andare a recuperare le opere.

Fa ancora caldo in questo fine settembre, la piazzetta del comune è quasi vuota. Il sole segna sul muro con la meridiana la sua ora tardo mattutina.

 

Ho dovuto anticipare l’appuntamento perché nel pomeriggio devo portare il violoncello dal liutaio per un problema.

Entro nella sala dove sono esposti i quadri. Li guardo appesi per un’ultima volta. Sento. Il passaggio della gente che c’è stata quando non c’ero. I biglietti da visita sul tavolino sono scompigliati, frugati da qualcuno di passaggio, come le carte di un mazzo da gioco a fine partita. O un po’ come fa il vento con le foglie d’autunno che s’accatastano in un angolo e si mescolano senza allontanarsi.

Ma l’autunno non è ancora arrivato, quest’anno. La saletta da tè non ha ospitato gente infreddolita che si scalda le mani con la tazza calda. Qualche aperitivo, sicuramente. E qualche caffè in compagnia.

Non è la prima volta, nel tornare a riprendere le opere dopo un po’ di tempo, che ho come l’impressione che i quadri si siano impercettibilmente modificati agli sguardi della gente. Quasi che le persone lascino qualcosa di sé. Con la proprio presenza, anche se breve. Coi pensieri e le emozioni, che sfuggono in silenzio e di nascosto dai loro occhi.

La proprietaria è nel frattempo arrivata in pasticceria e mi porta un bellissimo album di carta color avorio con la copertina in pelle, in cui lasciare la mia firma, testimonianza del mio passaggio.

 

Scritta la dedica e lasciata la mia firma, comincio a togliere le tele appese e ad imballarle piano piano, con cura.

 

Le pareti sono inspiegabilmente più vuote di quanto lo fossero state prima che ci appendessi i miei lavori. Anche questo è uno strano fenomeno. O più facilmente solo uno sciocco sentimentalismo.

 

Nel frattempo, richiamato dai vetri che occupano gran parte dei due lati della sala, il caldo s’è fatto sentire.

I quadri sono già imballati e caricati in macchina.

Mi siedo al tavolino, per una pausa di caffè freddo shakerato, come quando sono venuta a montare la mostra. Ma il bicchiere stavolta è diverso e il caffè sembra addirittura meno buono.

Così mi distraggo a guardarmi intorno. Una ragazzina annoiata dalla conversazione delle parenti, si alza dal tavolino a fianco e in modo rozzo fa strani, scoordinati balzi per spaventare un paio di piccioni. Uno vola via, l’atro si allontana a piedi, ma senza agitarsi troppo.

 

I piccioni qui sono così diversi da quelli che vedevo a Milano, tutti spennacchiati e spesso con una curiosa targa che assegnava loro un numero. Forse, di manutenzione.

Il mio sguardo curioso fruga tra le cose che mi circondano e si ferma su alcuni vasi di bellissimi ciclamini, poco dietro la mia sedia.

 

Torno a casa, scarico i quadri. Un pranzo veloce e si riparte.

Poco dopo, il mio violoncello è sul “lettino” del liutaio, come un bravo paziente, in attesa del verdetto.