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diario

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17 settembre 2011


Sabato.

Ho un accredito per l’ingresso alla Fiera di Varese fattomi avere dall’associazione Varese Europea per andare a tenere un piccolo corso di un paio d’ore. Un esempio di quello (durato però alcuni mesi) fatto in primavera per i bimbi ricoverati nel reparto di pediatria dell’Ospedale del Ponte.

Alla parola “fiera” mi si risveglia un gelido ricordo del clima “condizionato” degli ambienti della Fiera di Milano in cui sono stata negli anni scorsi. Così, essendo di natura un poco freddolosa, non avendo minimante idea di come sia quella di Varese mi vesto con qualche strato in più dei miei soliti, nonostante l’afa pesante di questo inizio pomeriggio di metà settembre.

Riempio due borse con tutte le cose che mi servono (una è davvero pesantissima, ci sono un centinaio di copie del mio raccontino “L’ospedale dei bambini” da regalare ai bimbi che vedrò oggi) e raggiungo località Schiranna.

Orrore.

Non esiste un edificio fieristico in questa città. Una serie di afosissimi tendoni mi attende, un puzzle di stand che ricordano quelli che visitavo da piccola a Gonzaga, nei giorni della fiera agricola.

Mi arrendo all’evidenza, mi faccio coraggio ed entro.

Oltrepassata la biglietteria cerco lo spazio dove dovremmo stare io ed M., un attore che fa fare ai bimbi maschere con materiale di riciclo.

Cammino nella corsia prestabilita. Micro-esposizioni di serramenti, banche, collane, articoli per la casa, stufe, qualsiasi cosa. O quasi. Visto che del posto dove dovrei stare non vedo traccia.

Ma la borsa pesa, la spalla duole, l’afa opprime. Prendo il cellulare e chiamo M.

Mi spiega dove si trova.

Sono quasi a fine fiera e devo tornare all’ingresso.

L’aria si fa sempre più pesante. E il mio stupore pure, quando scopro che siamo sistemati su alcuni tavoli sotto il tendone degli spettacoli serali. Un palco non ancora pronto, una distesa di sedie vuote, apparecchiature di scena scollegate e coperte, tendone bianco stile festa di paese e noi.

 

La manifestazione ha aperto da pochi minuti e non ci sono ancora in giro molti bambini. M ed io sistemiamo le nostre cose e ci prepariamo. Poi l’annuncio viene fatto all’ingresso per chi volesse portare lì i propri bimbi e i partecipanti cominciano ad arrivare.

Un bimbo dolcissimo, Alessandro, di appena cinque anni, si siede davanti a me insieme alla mamma. Accetta timido ma con piacere la mia proposta di fare un disegno. Gli metto davanti un bel foglio bianco e gli spiego come si usa la “matita morbida”. Inizia subito a disegnare. Una ruspa.

Poi ci aggiunge, senza suggerimento alcuno, il camion che porta via i detriti e un’enorme montagna di terra.

Finisce il disegno e me lo regala.

 

Nel frattempo sono arrivati altri bambini.

Elisa, che si siede accanto a noi a disegnare una casa con tratto scuro e deciso. A fianco, un muretto di sassi tondi con sopra un gatto e accanto una bimba.

 

Poi arriva anche Letizia che, visto come funziona la matita che le do’ per disegnare, traccia e sfuma un bel vulcano (con passaggio di aereo tra cenere e lapilli). Sono felice perché anche lei mi lascia il suo disegno. Le prometto che lo pubblicherò insieme agli altri nel mio diario.

 

S’è alzato il vento, che entra dalle parti aperte ai lati del tendone e spaventa un poco l’afa.

Il cielo s’è fatto scuro, il tempo sta per cambiare.

Intanto Mirco, un bimbo di sette anni s’è messo nell’altro tavolo a disegnare pure lui una grossa ruspa. Con la cresta.

 

Un colpo improvviso di vento scompiglia i materiali del corso di maschere, senza creare il minimo subbuglio tra i piccoli partecipanti. Che attendono al tavolo di M per farsi assemblare i pezzi con la colla a caldo.

 

Tuoni sembrano percuotere lontani tamburi di cielo. Ed annunciare l’arrivo della pioggia. Che si affaccia ad una delle aperture laterali. Bagna la passatoia di metallo ed una sedia bianca da giardino, ferma fuori sull’ingresso, troppo timida per entrare.

 

 

Un forte temporale lava i tendoni della fiera e scivola sulla plastica delle pareti esterne. Un bimbo corre fuori, incurante dello scroscio, per andare a far vedere la sua maschera al papà, nel tendone a fianco.

Poi il temporale aumenta d’intensità e fa fuggire un po’ di gente. I bambini si sono alzati dal tavolo da disegno e sono andati via. Insieme agli ultimi rimasti mi metto a fare maschere anch’io. C’è un bimbo che ne ha fatta una con le orecchie a trombetta stile Shreck e se la posiziona orgoglioso davanti alla faccia.

 

 

La luce del giorno fuori è quasi svanita, risucchiata dalle nuvole scure. Al suo posto sono comparse le luci artificiali e colorate da palco, che fanno le loro prove per la serata. Pare ci saranno danze.

 

Le ore del mini-corso in Fiera sono finite. M ed io ritiriamo i nostri materiali, i disegni, le borse; mettiamo via i tavoli dove li abbiamo trovati e le sedie al loro posto. Il viola di alcune luci colora l’atmosfera silenziosa del fine-pomeriggio-non-ancora-sera.

 

Ora, il palco. E' solo.

Un palco.

Posso.

Andare.