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16 settembre 2011


Uno strano venerdì vuoto a Varese. Il centro quasi deserto. Niente macchine ferme ai semafori dove di solito c’è coda. Posti auto liberi, quasi ovunque.

Non mi spiego la strana circostanza. Vado oltre. Verso Milano.

Stasera c’è un aperitivo di inaugurazione di una mostra in un locale che ha trovato la mia bellissima critica “Riccioli D’oro” e dove presto probabilmente esporrò anche io.

Caso poi ha voluto che il locale si trovi quasi sotto casa di una mia amica giornalista, F., che proprio negli stessi giorni s’è ritrovata a parlare di me al proprietario del posto.

Le coincidenze spesso donano alla vita quotidiana come un senso di magia. Così. Non posso non andare.

Recarmi a Milano mi suscita poi un sacco di sensazioni. Legate a ricordi. Degli anni trascorsi nella metropoli. Parecchi.

La strada, l’accesso alla città. Già riportano alla mente immagini. Ora. E “l’in più di ora”. Come “il sole sui cappelli rossi dei capi-stazione” nelle parole di Vittorini.

 

Pezzi di cascine, vecchie chiese, cose del passato. Ignare del contesto. Inglobate dalla periferia di Milano come da una marea che s’è alzata un giorno senza più ritirarsi.

 

Arrivando da Varese, quattro quasi-grattacieli identici tra loro segnano “la porta della città”; il punto di non ritorno oltrepassato il quale ci si sente, inesorabilmente, “dentro”.

 

Al di là del finestrino dell’auto le cose perdono la terza dimensione e scorrono come un film. Persone, cose, case. Sono soltanto immagini. E le montagne, sono di metallo.

 

Milano, a differenza di Varese, non appare per nulla deserta. Forse, sono venuti tutti qui.

Auto, scooter, gente che attraversa la strada, asfalto grigio, strisce bianche, pali, semafori, palazzi e sempre (troppo) pochi alberi.

 

Sì, davvero rari gli alberi. Ma ancora di più lo sono i parcheggi. Soprattutto quelli per i non residenti.

Ormai, le strisce blu delle zone a pagamento sono una specie di miraggio, come l’acqua o una palma nel deserto. Ripenso alla Milano in cui ho vissuto. A come un posto così affollato possa (forse per una sorta di meccanismo di difesa) risultare veramente molto simile ad un deserto. Il troppo si annulla in un indistinto vuoto. Come se gli opposti coincidessero.

Ma la vera geometria urbana è in realtà ormai solo quella degli spazi in cui i cani cercano di fare i loro bisogni. Come poco fa, mentre percorrevo a piedi il pezzo di strada dal parcheggio dell’auto al locale e un grosso boxer ha provato a fare pipì sulla tonda ruota di una macchina vicina al marciapiede beccandosi una serie di calci ed insulti dal padrone. Il suo sguardo perplesso, sia verso il padrone che verso l’agognata ruota da cui veniva allontanato. Sembrava dire qualcosa. Che non ho capito.

Eppure. Questa strana condizione urbana di affollata solitudine mi ha sempre stimolato. Lunghe passeggiate, giornate intere ad osservare. Cose. Situazioni. E persone.

Spesso. Ce ne sono di davvero bizzarre.

Come questo ragazzo all’interno del locale-gallery, con in spalla un ukulele.

 

Sono dentro. Saluto “RD”, sempre con la sua chioma frizzante ed un sorriso luminoso.

Ma è una sera che non so definire. Tutto è come filtrato da pensieri che non trovo. E vedo. I silenzi e le solitudini. Anche delle cose.

La solitudine di una sedia trasparente.

 

Quella del libro delle firme, che non manca mai alle mostre ma che in realtà non se lo file nessuno.

 

E il silenzio. Di una moderna “natura morta”, dimenticata su un tavolo.

 

Ma i cocktail che arrivano in coppia interrompono l’incantesimo.

 

E mi accorgo che vicino al bancone c’è gente che s’abbuffa di cose bellissime e piene di glutine che io non posso neppure assaggiare.

 

Non soffro di ciò. Bevo. Parlo con gli altri.

F. nel frattempo è arrivata e ha portato alcuni amici.

Tra le luci soffuse trascorrono parole, musica di sottofondo, commenti alle opere dell’artista, piattini e bicchieri. Che ciclicamente si riempiono e si svuotano.

E il tempo. Che senza farsi notare svuota il locale.

 

O forse il tempo non ha fatto tutto da solo. Ha assoldato il buio, fuori. Che, labbra appoggiate alla porta d’ingresso, ingoia il suo cocktail di persone e sgranocchia i nostri discorsi.

Insieme ad F. ed ai suoi amici ci mettiamo d’accordo per andare a mangiare una pizza.

Prima di uscire parlo con RD e il proprietario per concordare la data della mia mostra. Decisa.

Oltrepasso la soglia d’ingresso.

Mi volto indietro un attimo.

 

Non ho la sensazione di uscire. Bensì di entrare. Nella mia amata, odiata, vissuta, adorata, temuta, allontanata metropoli.

 

Che forse, non m’appartiene più. O non m’è mai appartenuta davvero. E se fossi io ad essere appartenuta un poco a lei? Quello che sento mancare non è la città, è un pezzetto di me. Che non ritrovo.

Ora. E l’in più. Di ora.