10-11 settembre 2011

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10-11 settembre 2011


Ogni tanto tossisco. E non passano dieci minuti senza che mi soffi il naso. La scorta di fazzolettini è buona. Ma il residuo di febbre che permea il mio corpo mi fa percepire con più fastidio il caldo di questa giornata di settembre, che sembra voler prendere il posto di quelle del luglio troppo primaverile da poco trascorso.

In macchina, direzione Svizzera, oggi si suona ad un matrimonio.

La sensazione di cantare con la gola in preda ai postumi dell’influenza già la conosco, non è la prima volta che mi capita. I suoni del mio canto escono dal mio capo un po’ più cupi del solito e ci rientrano come dopo essere passati attraverso un budino. Ho una percezione un po’ distorta del paesaggio sonoro. E anche di quello visivo. Il sole mi dà fastidio, come se pure la luce diretta fosse un suono troppo potente che rimbomba nella mia testa intontita.

Sappiamo poco e nulla del posto dove stiamo andando, solo l’indirizzo e la presenza di una chiesa.

La dogana passa senza intoppi, pare che la strumentazione e l’impianto risultino “effetti personali” e non è necessaria la compilazione di alcun modulo (per fortuna, dato che siamo in ritardo).

Nell’altra macchina, un pianista in astinenza da tabacco insiste per una sosta pro-acquisto sigarette. Non si può, troppo poco tempo. Una saldatura dell’ultimo minuto alla prolunga del cavo elettrico (che si rivelerà poi inutile causa mancanza attacco spina svizzera) ha fatto tardare la partenza ed ora bisogna recuperare.

Arriviamo a destinazione. Senza un minuto. Di anticipo.

Parcheggiamo nel prato dietro la chiesa e appena scesa dall’auto mi ritrovo sulla pancia una cavalletta enorme che mi accorgo essere tale solo appena averla spostata con la mano, evitando un inopportuno, quanto involontario, grido.

Sopravvissuta all’incontro col coriaceo insetto mi dirigo col resto della truppa nel prato antistante la chiesa per capire dove e come sistemarci per suonare.

Un furgone sta rilasciando roba pesante dal grande orifizio posteriore, come una specie di dinosauro di metallo chiaro che si libera di ciò che gli appesantisce lo stomaco, ma con l’aiuto di alcune persone che prendono quelle stesse cose e magicamente le trasformano in tavoli, tovaglie, piramidi di bicchieri e vassoi di cibo.

C’è anche una coppia di sposini. Di palloncini. Ma al primo (ed unico) colpo di vento lo sposino rovina a terra e perde la testa.

Forse anche la mia testa è un palloncino, gonfiato dal caldo e dalla mia temperatura interna, che fonde i pochi pensieri che riesco a formulare in un prato assolato. Per fortuna in cielo c’è qualche nuvola, deliziosa pausa di silenzio dal suono troppo forte del sole.

Su un tavolino tondo al centro del grande prato c’è una torta bianca e rosa di bomboniere. Mi avvicino. E scopro due lillipuziani sposini a vegliare su di essa.

Nel frattempo.

Sono arrivati invitati, sposi in carne ed ossa, un sacco di tacchi altissimi e due bellissimi gemellini biondi che curiosano tra i nostri strumenti.

L’impianto è stato montato.

Il pianista e il contrabbassista si sono messi vicini; sparano qualche cazzata e perdono subito la faccia.

La chitarra attende all’ombra di un cespuglio.

La tastiera sosta sotto l’unico albero e accanto il contrabbassista sistema le sue parti sul leggio.

Ma il contrabbasso chiede una pausa e si sdraia sul verde del prato.

La cerimonia all’interno della chiesa è cominciata. Una grossa nube sale da dietro l’edificio e filtra la luce in un raggio, che sfiora la croce sul tetto.

Dall’interno giunge un applauso. Gli sposi escono e la festa comincia.

Si suona.

Nel sole. Nella tosse. Nei bicchieri dei brindisi e nei salatini. Nelle chiacchiere e nelle risa della gente. Negli sguardi di alcune persone, che forse ci ascoltano con più attenzione o magari solo con una certa curiosità.

Finché i tacchi lasciano il posto ai piedi nudi nel prato e la festa piano piano, come il sole che tramonta alla fine del pomeriggio, si spegne.

Gli sposi ci salutano e partono.

Viaggio di ritorno.

La strada costeggia un lago ovattato, come i suoni che entrano nelle mie orecchie ancora un poco chiuse.

Benzina svizzera. E il pianista può comprare le sigarette.

Io scendo dalla macchina. Per respirare il lago. E quel che resta. Del giorno.

11 settembre 2011

Domenica.

Altro matrimonio.

Stessa chiesa di tre anni prima e stessa bellissima “canzone”.

L’Ave Maria, in questo piccolo incanto della chiesa del Chiostro di Voltorre ha un sapore tutto suo. Forse anche perché il raffreddore sta passando e la testa è più leggera che nel giorno precedente.

Sappiamo già come sistemarci, una piccola nicchia, all’interno, ci attende.

Ma non ricordavo. I particolari.

Come in una sorta di gioco di bamboline russe, nella nicchia c’è un’altra nicchia. Con dentro una piccola e dolce Madonna.

Ave, Maria.

Il sole rimane fuori dalla chiesetta in cui regna una piacevole sensazione di fresco. La luce è un sussurro chiaro, da una piccola finestra di fronte a me.

L’altro arco di luce, la porta d’ingresso, attende l’arrivo della sposa. E la nostra musica.

Le parole. Fresche ma importanti. Del prete che celebra la messa. Quasi chiedono ai miei occhi una lacrima. Nel silenzio intenso del momento. Di questo matrimonio per nulla affollato e così intimo.

A fine cerimonia, salutati gli sposi e alcuni amici, faccio un giro per il Chiostro.

C’è una mostra-mercato di orchidee, il mio fiore preferito. Arrivano da varie parti d’Europa, anche dal Belgio.

Ce ne sono di più grandi, sospese.

E di piccole. Delicate. Preziose.

Non resisto, ne prendo una.

Viene dalla Francia.

Ora. È sul mio davanzale.