21 marzo, ovvero Primavera

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21 marzo, ovvero Primavera


Ed ecco Marzo.

Siamo già al 21, posso dire di essere sopravvissuta all'inverno.

Un inverno arrivato dopo uno strano autunno, entrato nei miei giorni quasi di nascosto, come il glutine in una cena al ristorante proprio ad inizio ottobre e che poi mi ha fatto stare male per una settimana. Un autunno lieve, di temperature miti e giornate di sole. E di accadimenti.

Come una mostra a Milano. E un piccolo concerto, con un’atmosfera molto bella ed emozionante, in cui ho rivisto D, un amico che vive in brasile da più di dieci anni e che è venuto a sentirmi, presentandosi di sorpresa.

Ottobre continua, sempre un po’ come di nascosto, quasi fingendosi ancora settembre. Intanto, tra gli alberi, l’autunno avanza. E le foglie si colorano di tinte vivaci che precedono la morte.

 

 

Il grande faggio del mio vicino si mostra in tutta la sua rossa spettacolarità.

 

 

 

Poi c'è novembre. Con la partenza di una delle mie amiche più care, V., che va in India per sei mesi dall'altra delle mie più care amiche, che abita là già da tempo.

E la notte della festa di saluti, tanto per movimentare un po' il mese, vengono pure i ladri in casa: cassetti e armadi di roba sparsa per cercare chissà quali tesori nella incasinata dimora di una artista.

E in effetti, l'unica cosina preziosa che c'è, la trovano: una minuscola collanina regalatami da mia zia poco tempo prima di morire. Il suo più grande valore, il ricordo. E’ in occasioni come queste che ti chiedi perché legare ricordi e affetti a cose e persone che poi si possono perdere o essere rubate. Ma sono solo rabbia o dolore di certi momenti ad insinuare domande senza senso. Poi, passato il picco di sconforto, pensi che in fondo è un’occasione per fare una cosa che altrimenti non avresti proprio fatto: rimettere in ordine improbabili ed affollatissimi cassetti.

 

 

E ti rendi conto che i ricordi rimangono con te comunque, la collanina era solo un’occasione (oltre che un oggetto bello).

 

Dicembre è pieno di luci intermittenti in giro nella notte e di addobbi natalizi che contrastano con un cielo particolarmente azzurro di giornate ancora non troppo fredde. Per fortuna sono visibilmente diminuiti gli orribili Babbo Natale che come ladri si arrampicano sui balconi o penzolano un po’ flosci da finestre, tettoie e  grondaie appesi ad una corda.

Ad inizio mese un amico mi trova un piacevole ingaggio musicale in un ristorante che non conoscevo, la Locanda del Chierichetto. Una bella serata in cui riesco a mangiare addirittura un fantastico risotto e un ottimo dessert, inaspettatamente graditi anche al mio pancino celiaco.

Prima che la festa cominci e arrivino gli ospiti, tengo un po’ compagnia a due personaggini natalizi.

 

 

E osservo la sala ancora vuota, perfettamente apparecchiata.

 

 

 

Pochi giorni dopo si va su in cima al campo dei fiori per pranzare con un amico, L., col quale le conversazioni si prolungano ore ed ore e sono sempre molto interessanti. E’ un sabato, il sole splende e alla Pensione Irma quasi non sembra inverno.

Cominciamo un aperitivo. Io prendo un semplice e colorato crodino. Che finisco subito perché ho sete.

 

 

Il bicchiere, presto vuoto, rimane sul tavolo mentre noi chiacchieriamo. Ed io ogni tanto mi perdo ad osservare i riflessi nel vetro dei raggi che entrano dalla finestra e colpiscono il vetro poggiato sul rosso del legno del massiccio tavolo.

 

 

 

 

Poi ci spostiamo nella sala per il pranzo. In principio siamo solo noi, in seguito arriverà una coppia.

 

 

 

Mentre il Natale incalza sempre più e il supermercato si riempie di panettoni, pandori e torroni, durante una delle tante normalissime spese, procacciando le verdure al bancone, scorgo una cesta con qualcosa di assolutamente mai visto prima e di cui neppure conoscevo l’esistenza: le carote nere. Sono lunghissime e sottili, piuttosto rugose. Una volta sbucciate sono ancora più nere (le mie dita, pure).

 

 

Se poi vengono usate come ingrediente per una preparazione a scelta, inutile dire che prevaricano poco democraticamente qualsiasi altro colore. Io ho fatto una piccola zuppa di verdure. Diventate tutte inevitabilmente ed ugualmente nere.

 

 

 

In piazza Monte Grappa  il grande albero è già stato addobbato, per fortuna in modo un po’ più elegante e sobrio rispetto all’anno passato.

 

 

Forse è ora che prepari anche il mio di casa, tutto bianco. Anche perché comincio già ad avere pronti alcuni pacchi e li posso sistemare sotto.

A lavoro finito, me lo guardo. Nell’atmosfera luminosa del giorno.

 

 

E in quella un poco più magica della notte.

 

 

 

Nel frattempo prendo una decisione, ormai resasi necessaria, rifare la tastiera al mio violoncello. Prendo accordi con A., il mio liutaio, per portarglielo.

Sono giorni difficili, senza poterlo neppure toccare, per più di una settimana. Ma quando poi lo vado a riprendere, lo riporto a casa e lo provo, scopro che ne è valsa la pena.

 

 

E così a metà mese sfoggio la tastiera nuova per le piccole parti di cello dei miei pezzi, che faccio durante un concerto in uno showroom con mostra d’arte.

 

 

 

E’ quasi Natale.

Vado a Reggiolo per la cena della vigilia con la mia famiglia.

Arrivare al paese in questo periodo è ancora più bello perché la strada di ingresso punta dritto al castello, addobbato di luci per le festività.

 

 

E’ il 23 dicembre. Sono partita un giorno prima per poter essere presente alla presentazione di un libro di cui ho fatto la copertina.

 

 

Nella sala del Consiglio Comunale quella sera ci sono tante persone, molti volti che riconosco nonostante il passaggio inesorabile degli anni.

 

 

Ma la cosa più dolce è sicuramente poter riabbracciare M., la mia prima insegnante di musica.

 

Poi arriva la sera della Vigilia. La cena è sempre bella, a casa di mia sorella, E., che insieme al marito ha preparato un piatto fantastico, pieno di cosine deliziose. E tutte rigorosamente “gluten free”.

 

 

La vera sorpresa però è quella che mi fa col suo regalo. E’ riuscita addirittura a convincere mia mamma a non lasciarsi scappare nulla, nei giorni precedenti. Così, mentre apro il suo pacchetto (che rimane un segreto), penso che anche io voglio farle una bella sorpresa (e la notte stessa, prima della mattina di Natale in cui torno a Varese,  chiedo a mia mamma di farmi vedere le vecchie foto del matrimonio di mia sorella per poterle fare uno dei miei quadri /ritratto).

 

Il giorno di Natale passa senza traumi (se non per l’alzataccia e il viaggio al mattino per tornare a casa); ma la mia mamma è con me e si ferma su al nord per qualche giorno.

 

Nel pomeriggio di Santo Stefano il sole domina imperterrito. Così, stanchi degli interminabili pasti e del cibo dei giorni precedenti, andiamo a fare una passeggiata nei giardini sul lago, a Lugano.

Tra cigni, alberi e strani personaggi passa il piacevole pomeriggio. Il sole invernale è morbido e basso; le ombre, lunghe. Camminiamo, chiacchieriamo, guardiamo e ci fermiamo a fare qualche foto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni giorni di vacanza. E finalmente di nuovo qualcuno dei miei adorati vagabondaggi notturni in auto con P.

Imboccando una stradina in un bosco vicino al lago di Varese, ci troviamo d’un tratto in un luogo dal nome davvero poco locale.

 

 

 

L’ultimo interessante evento di questo dicembre è – anche se a qualcuno potrebbe sembrare pressoché irrilevante - l’acquisto all’IKEA di un fantastico personaggio luminoso che d’ora in poi accompagnerà l’inizio delle mie notti, Spoka.

 

 

 

A Gennaio invece comincia l’inverno vero e proprio, decisamente più freddo. E arriva la neve.

Ma prima, c’è una piacevole gita domenicale a Torino da mio cugino A., che ho appena saputo diventerà presto papà.

Sono nella periferia della città e aspetto che mi venga a prendere. Vicino c’è una specie di centro di ritrovo, frequentato da gente che dona un po’ di “vita” ad un luogo altrimenti piuttosto “morto”, la domenica. E pure piuttosto squallido (basta guardare il marciapiede).

 

 

Ci sono persone di tutti i colori…

 

 

e anche di tutti i vestiti…

 

 

Poi arriva A. e andiamo a farci una passeggiatina in centro.

La mole è sempre bella. Si staglia sull’azzurro intenso del cielo.

 

 

Camminando sotto i portici noto posteggi di bici sempre più bizzarri.

 

 

La sera si cena a casa di A. e V. che si prodigano nella preparazione di un fantastico purè di patate.

 

 

Il vino ungherese decidiamo invece di berlo un’altra volta. Abbiamo l’impressione che sia quasi meglio da guadare che da ingerire.

 

 

 

Per andare a prendere l’autostrada del ritorno, il navigatore opta per un percorso cittadino. Forse vuole mostrarmi Torino by night.

 

 

 

 

Sosta ad uno dei semafori. Rosso.

 

 

Verde. Si riparte.

 

 

E si continua la traversata della città.

 

 

 

 

 

Poi comincia il periodo delle nevicate.

 

 

 

 

E una piccola visita sulla soglia di casa, che lascia traccia grazie allo strato di neve.

 

 

Da quel momento comincio a lasciare ogni giorno un po’ di pappa per gli uccellini infreddoliti.

 

Febbraio passa sciapo e silenzioso. Come quasi ogni anno. E’ un mese poco interessante, come di transizione.

Io me ne sto per lo più in casa, lavoro al quadro per mia sorella.

 

 

Con lenti e pazienti progressi, spruzzate di fissativo e strati nuovi di carboncino bianco, ogni volta quasi come da capo, il disegno piano si staglia sulla tela nuda.

 

 

E quando è pronto torno al paesello per portarglielo.

Il ritratto di E.


La rocca non ha più gli addobbi e mi si presenta nella sua quotidiana bellezza di mattoni antichi.

 

 

Mia sorella appende il quadro in casa il giorno stesso; sono contenta, le piace molto.

E la mia sorpresa è riuscita.

 

 

 

A fine mese la neve s’è già sciolta quasi tutta e sta tornando il bel tempo.

I passaggi all’inizio dell’autostrada in uscita dalla città, da cui si vede il lago, al tramonto sono sempre magici.

 

 

Marzo inizia con l’arrivo di quattro “Carletti” (giunti dopo un disperato appello celiaco di chi come me i Sofficini – in cui li regalano – non li può mangiare!).

 

 

 

E con un concerto bellissimo grazie ai biglietti regalati da E.: Mario Brunello alla Sala Verdi di Milano.

Si parte insieme, una domenica pomeriggio. Un periplo dei dintorni di Varese a recuperare tutti - in totale in macchina alla fine siamo in cinque – e poi si imbocca finalmente l’autostrada.

Il viaggio stimola ad E. qualcuna delle sue famose “massime”, che non sempre è bene ripetere.

Arriviamo, entriamo e raggiungiamo i posti assegnati.

E. ed R. sfogliano l’opuscolo con aria da musicisti intellettuali.

 

 

Ma dopo pochissimo, ben presto riemerge la vera natura, come dimostra il ghigno di E. che ha già adocchiato un paio di signore interessanti.

 

 

Io guardo la sala (è la prima volta che ci entro) riempirsi di gente e il palco ancora vuoto, che sembra come consapevole dell’attesa di qualcosa di bello.

 

 

Mi perdo ad osservare il soffitto, dimenticando per qualche istante la folla seduta sotto di esso.

 

 

Poi entra l’orchestra, il violoncellista, con uno strumento del ‘600. E il miracolo della musica ha inizio. Forse già un annuncio dell’imminente Primavera.